INTRODUZIONE ALLA COMMEDIA (a cura di Carmine Dell’Aversana)
Mettere oggi in scena Miseria e Nobiltà
significa doversi confrontare con un film fin troppo noto che, in
qualche modo ha contaminato l’identità del testo di Scarpetta, con
il risultato che il pubblico che assiste allo spettacolo si aspetta
di ritrovare battute, gag e caratteri che sono propri del film e che,
invece, non fanno parte della commedia originale. In questo
allestimento ho cercato di rispettare quella che era la filosofia del
grande autore: fare ridere ad ogni costo. Non è infatti la battuta
in sé che porta al ridere, ma piuttosto sono le caratterizzazioni,
le ridicolaggini di cui gli attori si servono per far vivere i loro
personaggi. Questo è quello che ho tentato di fare, ridicolizzare i
caratteri e le situazioni nella speranza di divertire.
Nessuna o quasi nessuna modifica al
testo che viene recitato con ritmi e tempi serrati ma sempre con
maschera e movenze dell’epoca scarpettiana.
Racconta di una situazione ferma nel
tempo. Si porta bene la sua età, anche se ha più di un secolo
(Napoli 1888). È una farsa che nella sua composizione si serve del
più salubre degli elementi drammaturgici: La fame. Quella bella fame
di estrazione popolare di una volta di cui i comici si sono sempre
serviti. Perché la risata è spesso cinica e si annida meglio dove
c’è un fondo di disperazione. Il dramma della fame, che muove gli
espedienti del comico, e più gli espedienti del comico trovano
difficoltà e non vanno a buon fine e più noi ridiamo. Nella fame di
Miseria e Nobiltà non ci sono espedienti da il niente posseduto da
Felice e da Pasquale è il niente di oggi. La ricchezza illusa di
Gaetano Semmolone è l’illusione di oggi. La scena del primo atto è
vestita di grigio, piena solo del vapore di una pentola di acqua che
bolle ma che non cuoce niente, perché niente arriva da queste
giornate di lavori inventati. Tre porte vuote come bocche da sfamare
e le sedie in scena dove sono accasciate le tre donne della "miseria"
Concetta, Pupella e Luisella. I personaggi preferiscono lasciarsi
scivolare nell’inerzia e nel battibecco. Dividono una malfamata
coabitazione fatta di stenti e miserie senza opporre alcuna reazione…
Gli unici espedienti di cui sono capaci sono i famigerati pegni. La
situazione della fame arriva al punto dove tragedia e farsa hanno una
linea sottile di confine. O muori o ridi e vivi.
Poi c’è la nobiltà. A casa di
Semmolone poltrone imbottite, servitori e campanelli. Semmolone era
un cuoco, ma ora è cavaliere. Gemma, sua figlia adorata, ballerina,
e Luigino, suo fratello, che rubacchia i soldi al padre e si fa
perdonare con una barzelletta. Tutti sono allegri a casa Semmolone.
Poi c’è Bettina, col coltello in
mano perché è così che ha imparato a difendersi dai guai della
vita. Si mischiano tra di loro, si ritrovano marito e moglie, madre e
figlio . Luisella viene a chiedere il conto della sua non posizione
sociale. Ed è questo contesto che rappresenta davvero questa Miseria
e nobiltà: perché in fondo sotto tutti questi strati di vestiti e
travestimenti ci sono uomini e donne di ieri e di oggi, affannati e
in cerca della loro realizzazione.
I temi trattati nel testo, fanno di
quest'opera una elegante riflessione su due contrapposti ceti
sociali, l’amara miseria la grottesca nobiltà.